Un giorno arrivai in aula e chiesi ai ragazzi di cosa avessero paura.
In questo complicato periodo voglio farmi io questa domanda: “Simone, di cosa hai paura?”
Di amare.
Vorrei tanto fidarmi, mi piacerebbe aprirmi con qualcuno e riuscire ad andare oltre quelle che sono le mie profonde paure, quelle distanze che prendo verso chi cerca di avvicinarsi al mio cuore.
Mi sono reso conto di essermi allontanato da tutte quelle donne che avrebbero voluto costruire una famiglia con me e mi sono legato a chi non mi amava veramente.
Rifiutare l’amore per riconoscersi e legarsi nelle paure.
Da dove nasce questa distorta dinamica?
Dalla mia famiglia di origine e dal loro esempio che ho interiorizzato fin da piccolo.
Non è facile esprimere i propri sentimenti e offrire all’altro gesti d’affetto se non hai avuto esempi concreti e se nessuno te lo ha mai insegnato.
Ognuno di noi cresce all’interno di un nucleo familiare che non ha scelto e quindi interiorizza una modalità che potrebbe non essere quella corretta e nella quale non ci si ritrova.
Mio padre non voleva sposarsi e mia madre aveva perso da giovane la sua famiglia d’origine. Due persone diverse che si sono incontrate e che hanno deciso di costruire una famiglia distorta che ha funzionato grazie alle mancanze di lei e all’egoismo di lui. Il legame tra loro sono stati i figli, motivo per la presenza forzata di lui e la ragione di vita di lei.
In tutto questo ci sono io, un bambino che non ha mai avuto un abbraccio da suo padre, un esempio pratico che mi ha portato ad essere concreto, fisico ma non emotivo.
Io non sono e non vorrò mai essere mio padre. Io racchiudo un mondo di emozioni e di colori che desidero far uscire e condividere con gli altri.
Ho capito di avere bisogno di una donna che sappia andare oltre l’apparenza, che abbia la forza, il coraggio e la pazienza di aiutarmi a superare quella barriera che metto quando inizio a capire che quella relazione potrebbe mettermi in difficoltà. Sento disagio quando inizio a legarmi a qualcuno, la paura di essere ferito e abbandonato. Quella sensazione che provavo quando aspettavo mio padre per andare a vedere le partite e lui non mi veniva a prendere perché preferiva restare al bar con gli amici a giocare a carte oppure era impegnato con altre donne.
Da piccolo passavo tanto tempo da solo a fantasticare sul futuro e questa mia modalità mi ha insegnato ad essere autonomo e indipendente. A lungo andare questo mio modo è diventata una scusa per non condividere, un’armatura nella quale potermi proteggere quando all’esterno qualcosa va male.
Oggi scrivo questo per togliermi l’armatura, gettare a terra le maschere, affrontare le mie paure, superare i miei limiti, saltare quel muro e accettare le mie fragilità e debolezze.
Voglio essere aperto, vivo, vulnerabile, semplicemente io.

