Carlo conobbe Giulia tra i banchi di scuola.
Frequentavano l’ultimo anno di liceo e lei arrivò in quella classe solo al suo ultimo anno di scuola superiore.
Iniziarono ad uscire insieme solo dopo la maturità e quella fu per lui un estate magica. La bella stagione, si sa, porta sempre con gioia e allegria ed, averla nella sua vita, rendeva i colori di quella stagione particolarmente intensi e luminosi.
Ogni pensiero, gesto, attimo, avevano un sapore diverso. Il cuore gli batteva sempre forte quando incrociava i suoi profondi occhi verdi e il futuro non poteva che apparire sicuro e radioso.
Al termine di quella estate lei decise di iscriversi all’università, lui invece aveva da tempo deciso di lavorare presso l’impresa familiare e queste divergenti scelte iniziarono a creare un distacco, prima fisico e successivamente emotivo.
Carlo non riusciva a capacitarsi di questo rapido cambiamento e faceva fatica a controllare quelle emozioni che, dai colori intensi di un arcobaleno estivo post pioggia, stavano divenendo grigi e tendenti a quel nero intenso che solo le freddi notti buie d’inverno potevano rappresentare.
All’inizio cercò di controllare i movimenti di Giulia, la pedinava ovunque, la messaggiava di continuo, la chiamava, si informava attraverso le amicizie in comune dei suoi programmi e si faceva trovare sotto casa di lei, oppure durante le serate che lei organizzava in giro per la città con le amiche intime di sempre.
Non si dava pace perché era incapace di bloccare quella costante tachicardia che alterava il pulsare del suo cuore ferito e quel tagliente dolore che gli stringeva il petto ogni qualvolta ripensava a lei, alla loro storia, ai momenti felici passati insieme, alle dolci parole che sapevano di per sempre.
L’idea che lei un giorno sarebbe stata felice senza la sua presenza lo rendeva instabile, in bilico tra l’inferno e la pazzia mentale.
Il desiderio di riaverla, di possederla, di controllarla, gli riempivano i pensieri, paralizzandolo e rendendolo inerte davanti alla vita. Ogni cosa sembrava inutile e quel futuro sereno e spumeggiante sembrava oggi un tunnel nero senza via d’uscita e senza alcuna prospettiva di miglioramento e di guarigione.
Si rifugiò dentro se stesso, si autodistrusse per un lungo periodo immergendosi in uno stato di perenne sconforto che poteva lenire attraverso palliativi quali il tabacco e l’alcool.
Una sera, dopo un paio di ore all’interno di un pub dove l’alcool scorreva a fiumi, fu accompagnato a casa grazie ad un amico e si risvegliò l’indomani con un grosso mal di testa, un senso di nausea e un dolore lancinante all’altezza del cuore.
Si ritrovò seduto a terra in mezzo alla stanza con la testa china e le braccia lungo il corpo. Faceva fatica a respirare e ogni pensiero continuava a finire verso quello che oramai era diventata una vera e propria ossessione amorosa.
Si rese conto di quanto importante fosse ascoltare e cogliere tutto quel dolore e quella rabbia che aveva accumulato negli ultimi mesi. Di come trattenere non fosse altro che un modo sbagliato per non dimenticare, per non voler affrontare, accettare, attraversare ed infine superare.
Era come se vivere fosse diventato sinonimo di morire, come se la sensazione di esistenza dovesse essere associata a quella di sofferenza, l’unico modo per non dimenticarla.
Quel giorno imparò ad accettare quella misera ma necessaria condizione, doveva focalizzarsi sul proprio dolore perché solo attraverso la sua piena accettazione poteva dare vita ad un timido ma fondamentale nuovo inizio.
Basta scuse, scorciatoie, palliativi e punizioni, era arrivato il momento di fare pace con se stesso, con lei che lo aveva lasciato, tradito, deluso e ferito, un taglio netto con il passato e la necessità di trovare un reale contatto con il presente.
Non era forse arrivato il momento di guardare oltre, di sognare, di guardare oltre il proprio naso, ma semplicemente di connettersi con il proprio io, di alzarsi, mettersi in piedi e iniziare a fare un primo e faticoso passo verso quel equilibrio che un primo vero e grande amore ti toglie al termine di ogni temporanea felicità.
Come un pugile che subisce un colpo inaspettato dritto sulle tempie e che ti fa crollare come un sacco di patate, Carlo iniziò a rialzi conscio di non essere così pronto a muoversi, con la mente annebbiata e poco lucida nel mettere a fuoco ciò che lo circondava.
Quella storia, alla fine, gli insegnò come il futuro potesse essere incerto, smise di avere quella fiducia incondizionata verso il prossimo, non fu più quel ragazzino ingenuo. Iniziò a credere forse meno nel suo sentire, entrò in una fase di protezione, divenne meno vulnerabile, riconobbe i colori con meno intensità e spensieratezza, gustò le cose il giusto, ma acquisì maggiore consapevolezza, dosata di un giusto ottimismo per affrontare ciò che la vita gli avrebbe offerto o quantomeno proposto.
L’adultità forse inizia proprio con quel gusto amaro in bocca, ti svezza dalle forti emozioni, da quella fiducia incondizionata verso il mondo, gli altri, gli amici, le donne, l’amore.
Avrebbe certamente potuto fare un gesto folle, avrebbe potuto superare limiti dopo i quali non vi è più ritorno, avrebbe potuto smettere di pensare e farsi guidare da istinti animaleschi, avrebbe potuto.
Vi è un limite sottile tra autodistruzione e distruzione, tra ragione e follia, tra il passato e il futuro, tra l’accettazione e il rifiuto.
Ad ogni follia qualcuno cade, una vita si spezza e proprio in quelle circostanze un uomo smette di amarsi, di amare gli altri, di amare la vita, di sognare il proprio futuro, di arrendersi ad una vita che andrà solo al contrario in un viaggio buio e infinito verso un continuo riavvolgersi di un vecchio macabro nastro.

