Finalmente questa sessione di Esami di Stato è terminata e mi sono preso un paio di giorni per riflettere a mente fredda su quanto vissuto.
Premetto che non amo questa formula riproposta dal Ministero quest’anno, tornata dopo alcune versioni semplificate legate al precedente periodo di pandemia.
Il ritorno ad una commissione mista ha un valore importante, cerca di riequilibrare una situazione di partenza troppo favorevole agli studenti. Inconsciamente, gli appartenenti al Consiglio di Classe tendono a riprodurre all’esame finale le stesse valutazioni assegnate in sede di scrutinio finale, tenendo conto delle performance migliorative, ma troppo spesso minimizzando quelle peggiorative. Una valutazione “leggera” e/o superficiale degli interni è spesso sanata e/o contrastata dagli esterni, imparziali perché ignari del lavoro svolto in aula durante l’anno scolastico e, a volte, desiderosi di non essere condizionati dai voti di presentazione a fine anno.
Su questo tema aggiungo che, la mia presenza come interno, non mi porta a dovermi schierare sempre e per forza con un gruppo rispetto ad un altro. A seconda delle situazioni specifiche e personali dei singoli candidati, ho il diritto di appoggiare i giudici dati dai miei colleghi del CDC, oppure sostenere tesi opposte degli esterni, nel caso in cui le loro considerazioni siano affini ai miei pensieri. Il doversi sentire sempre e comunque membro interno mi ha messo in alcuni casi in imbarazzo, portando dentro me sentimenti contrastanti, sentendomi in difetto perché visto come “traditore” del gruppo interno. In pratica non mi sono sempre sentito libero di esprimere un giudizio come docente, indipendentemente da una formale appartenenza ad un gruppo o “schieramento”. Questa netta distinzione iniziale tra interni ed esterni porta a degli attriti che il Presidente dovrebbe considerare in sede plenaria. Non è una battaglia tra fazioni, è un esame finale dove tutti dovrebbero cercare di essere maggiormente obiettivi e razionali nell’attribuire un giudizio numerico a una serie di prove finali che nulla hanno a che fare con il passato e con lo storico dei ragazzi. 40 punti sono stati già stati assegnati dalla media dei voti presi nell’ultimo triennio da parte del CDC mentre, i restanti 60, sono da attribuire in sede di esame finale partendo da zero.
Gli errori e le incomprensioni più evidenti nascono in sede di colloquio orale post prove scritte. Troppe volte si fa l’errore di attribuire il risultato finale senza utilizzare la griglia di valutazione predisposta dal Ministero. Ci si fa, dentro la propria testa, i propri calcoli e si pensa se quel risultato finale possa esprimere correttamente o meno lo studente nella sua globalità. Se uno studente si presenta con un punteggio attorno all’ottanta, si parte già con l’idea di attribuire il punteggio massimo all’orale, indipendentemente da come abbia gestito il colloquio e le sue capacità interdisciplinari e di argomentazione. Dal punto di vista opposto, se uno studente arriva al colloquio con un punteggio basso, si parte con l’idea di attribuire una misera sufficienza e farlo uscire con un voto basso. La domanda è sempre la stessa: ” Uno studente scarso nello scritto, non potrebbe fare un colloquio orale brillante? Uno studente bravo, non potrebbe, preso dall’emozione, fare un colloquio titubante e incerto? “.
Ho osservato in modo molto attento alcuni miei colleghi e, nessuno di loro, è partito dall’osservazione della griglia di valutazione nazionale. Nessuno di loro si era segnato le domande e le risposte date nelle diverse discipline, nessuno ha dimostrato di avere una valutazione che partisse da una semplice ma fondamentale somma di punti. Tutti andavano a ricordi, a percezione, rendendo il loro giudizio soggettivo e influenzato dai loro ricordi di quanto fatto in classe durante il loro ultimo anno scolastico. Spesso ascoltando e valutando parzialmente quanto fatto nella loro singola disciplina e lamentandosi della pignoleria degli esterni.
Concludo facendo un’importante osservazione sul concetto di colloquio, tanto ribadito dal nostro Ministro nelle settimane che hanno preceduto l’esame. Bisogna dare la possibilità ai ragazzi di potersi esprimere senza interruzioni. La mia collega di lettere era sempre pronta ad intervenire per mettere i puntini sulle i. Non permetteva ai ragazzi di concludere un discorso, un ragionamento, se pur con errori o imperfezioni. Credo che il senso del colloquio sia proprio nel lasciar liberi i ragazzi di sviluppare un pensiero, anche se poco logico o addirittura sbagliato. Il docente dovrebbe prendersi appunti su quanto detto e, solo al termine del suo discorso, fare domande, correzioni ed eventuali approfondimenti. Questo modello di ascolto, interrompo e puntualizzo, rompeva il fluido, rendeva il dialogo molto simile ad una vera e propria interrogazione, anche se non era lo scopo di questa collega. Anche in questo caso l’errore è da attribuire al Presidente che avrebbe dovuto chiarire alla collega il modo corretto di procedere. Nei colloqui di Italiano e Storia tutto è diventato pesante, nonostante fosse evidente la scarsa e lacunosa preparazione dei miei studenti in tali discipline.

