L’Esame di Stato non rappresenta solo la prova finale per gli studenti, ma anche un momento di osservazione e di analisi del lavoro svolto dai docenti interni.
La notte prima della seconda prova ho dormito poco, non solo per il caldo torrido dei giorni precedenti, ma anche per i tanti pensieri che attraversavano la mia mente.
Un flusso continuo di domande e di dubbi mi avvolgevano e mi stringevano sul letto: ” Avrò fatto tutto il possibile per i ragazzi? Non è che avrei dovuto approfondire quell’argomento? Ho fatto troppi pochi esercizi? Che traccia il Ministero avrà predisposto quest’anno? Saranno tutti in grado di fare una prova decorosa? “.
Poi la mattinata si è conclusa e nei giorni successivi ho corretto le prove provando una dolce sensazione di orgoglioso verso chi l’ha svolta bene, utilizzando tutti i suggerimenti che in classe gli ho fornito. Rileggere tutti i passaggi, fatti più volte in aula, ti riempie il cuore di gioia. Se ripenso alla fatica fatta nell’ultimo mese, la pazienza nel ripetere più volte gli stessi identici passaggi, le arrabbiature, i rimproveri e le sgridate verso chi si ostinava a non ripetere o approfondire a casa.
Ripetere fino allo sfinimento: ” Ogni ora svolta in aula, deve corrispondere al triplo come lavoro domestico in autonomia “, guardando in faccia i soliti lavativi.
A volte ci chiediamo se siamo all’altezza di questa complessa esperienza, se il nostro essere rigidi, duri, pesanti, non popolari, non sempre compresi e apprezzati, un domani sarà veramente compreso da questa strana e complessa generazione.
Poi arriva la fine del viaggio e qualcuno di loro capisce la fortuna di non aver avuto un amico, il simpatico di turno, colui che cerca le grazie della classe attraverso lezioni allegre, spensierate e forse un pò troppo generiche e lacunose.
Da giovane ero convinto che fosse importante farsi voler bene dai ragazzi, essere sempre dalla loro parte ed evitare qualsiasi forma di conflitto. Con il tempo ho cercato e trovato un nuovo equilibrio basato sull’equità e sulla professionalità. Il sorriso e la battuta ci sta, in specifici momenti e contesti, per poi passare ad una modalità più severa, onesta e diretta.
Occorre avere il coraggio di dichiarare alla classe quello che non va, i difetti e gli errori, imporre un piano di lavoro spesso non condiviso o pienamente compreso, ma necessario per il loro bene e per aumentare la probabilità di successo della maggior parte del gruppo. Sono una persona che conosce bene la fatica del percorso, l’impegno e la determinazione necessaria a raggiungere qualsiasi obiettivo nella vita.
Non mi interessa più essere acclamato dalla giuria popolare, vincere il premio della reginetta del ballo scolastico americano. Mi basta essere stato d’aiuto anche ad un solo dei miei ragazzi. Mi piacerebbe essere ricordato per il mio lavoro in aula, un uomo sincero e onesto nelle sue dichiarazioni, giudizi o semplici consigli.
La riconoscenza forse arriverà dopo, quando sapranno veramente distinguere tra chi li ha fatti ridere e divertire, e chi li ha trattati come adulti e gli ha detto in faccia, a volte a muso duro, quella verità che troppe volte gli nascondiamo per paura di ferirli per eccesso di sincerità e onesta.
Queste nuove generazioni non hanno più bisogno di essere coccolati e protetti, cercano adulti autorevoli capaci di guidarli e di supportarli nel loro processo di apprendimento e di maturazione.

