Molti colleghi mi chiedono perché non sono iscritto ai sindacati e il motivo per il quale non ho mai fatto sciopero in vita mia.
Non credo nell’efficacia dei sindacati nella risoluzione di conflitti in quanto hanno dimostrato nel settore privato di non ricoprire più quel ruolo fondamentale che hanno avuto negli anni passati quando, il riconoscimento dei principali diritti dei lavoratori, erano assenti oppure calpestati dallo sfruttamento massiccio dei datori di lavoro.
Purtroppo i sindacati sono oggi troppo politicizzati e influenzati da interessi personali. Sono pochi i sindacalisti spinti dal desiderio di rivendicare i valori e principi ispiratori di questa importante associazione.
Tante, troppe sigle disunite e divergenti nei loro intenti che vedono nel settore pubblico un luogo fertile dove poter continuare ad esistere, grazie alla difesa di lavoratori spesso indifendibili e troppo spesso legati all’idea di un contratto garantito.
Non ho mai scioperato perché mi sentirei offeso nell’esercizio della mia professione nel momento in cui la mia protesta fosse rivolta all’ottenimento di qualche piccolo privilegio o di un ridicolo adeguamento retributivo.
So bene che come docente godo di particolari benefici che tutti gli altri dipendenti pubblici non hanno. Siamo in aula 18 ore alla settimana e possiamo gestire il tempo restante in piena autonomia. Possiamo organizzare il nostro lavoro in piena e assoluta libertà, senza particolari e gravosi controlli o richieste da parte del nostro diretto controllore.
Conosco colleghi che fanno poche ore in classe e nel resto del loro tempo sono a disposizione dell’Istituto per eventuali supplenze. Tradotto in pratica vagano per la maggior parte del loro tempo per l’Istituto senza aver nulla da fare.
Se mai un giorno decidessi di scioperare vorrei che questa protesta possa bloccare il mondo della scuola, creare un disagio sociale che porti il Governo a doversi sedere ad un tavolo per cambiare radicalmente la situazione attuale.
Vorrei scioperare per ottenere un obiettivo concreto e ambizioso: lo stipendio dei docenti italiani pari alla media dei paesi O.C.S.E. Non pretendo gli stessi soldi della Germania o dei paesi scandinavi perché essi hanno un costo della vita doppio rispetto al nostro, ma non possiamo prendere meno di paesi simili al nostro come la Francia e la Spagna.
Quando leggo di scioperi fatti da un solo comparto della scuola per rivendicare un aumento di 70/80 euro al mese non credo che il gioco valga la candela.
Se questo non fosse possibile, allora chiederei una cosa semplice da attuare: l’esenzione totale della nostra retribuzione dalla tassazione I.R.P.E.F. La retribuzione lorda diventa uguale a quella netta. Un’esenzione per motivi di pubblico interesse.
Tutti dichiarano pubblicamente che il lavoro di docente è fondamentale per lo sviluppo del nostro paese e per plasmare le future generazioni, mai poi tutto questo non ha nessun impatto sul rinnovo contrattuale e sulla retribuzione minima e massima di categoria.
Come vedete due semplici soluzioni che potrebbero colmare in parte il problema della scuola. Dopo aver garantito una retribuzione minima uguale per tutti resta il tema spinoso della differenziazione qualitativa e retributiva degli insegnanti.
Su questo punto sono pienamente d’accordo con l’associazione dei dirigenti che non hanno sostenuto l’ultimo sciopero nazionale perché ritengono corretta la decisione da parte del Ministero di attuare dei percorsi formativi che possano incrementare la retribuzione sulla base dei risultati ottenuti.
Mettere sul piatto percorsi di crescita umana e professionale ai quali agganciare scatti retributivi diversi da quelli attuali legati alla sola anzianità, sono delle basi sulle quali iniziare a ragionare e a confrontarsi. Sicuramente è un inizio che diverge dalla storia passata dove non vi sono mai stati percorsi individuali che potessero differenziare una categoria da sempre unita e compatta verso la piattezza.
Partendo da questi presupposti, come avrei potuto appoggiare e difendere associazioni che ostacolano una possibile crescita professionale e la possibilità finalmente di differenziare i docenti mettendo in luce la bravura di qualcuno e le grandi deficienze di altri?
Siamo tutti convinti che tutti i docenti meritino un aumento retributivo?
Questa antiquata idea di soldi a pioggia non può più esistere ed occorre iniziare a valutare e a premiare e avere il coraggio di licenziare e allontanare dalle classi e degli studenti chi non è adatto a questo lavoro oppure chi non possiede i requisiti minimi richiesti oggi dalle nuove generazioni.
Vorrei che la mia categoria decidesse di mettersi in gioco, permettesse ai terzi di poter essere osservata, valutata e accettasse le critiche come spinta verso un miglioramento necessario ad affrontare quelle nuove sfide nate dal periodo post pandemico.
Dobbiamo smettere di giocare in difesa, di dare tutto questo potere ai sindacati come difensori del nostro garantito e tranquillo ruolo pubblico.
Dobbiamo rivendicare tutti insieme quello che è giusto e accettare che la nostra retribuzione possa dipendere dal raggiungimento di obiettivi e standard minimi che dobbiamo garantire ai ragazzi, alle famiglie e, in generale, alla società civile.
In fondo sono i privati a finanziarci e quindi credo che dobbiamo dimostrare a loro un minimo di rispetto e di garanzie sulla fiducia che ogni anno ci ripongono quando decidono di iscrivere i loro figli alle nostre scuole e ai nostri corsi.

