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In passato si insegnava che occorreva tendere verso la perfezione, oppure si riteneva accettabile solo ciò che era vicino ad essa. Questo paradigma oggi sembra cambiare grazie ad una società in costante evoluzione, maggiormente fluida e sempre meno propensa ad essere standardizzata ed incanalata su rigidi binari.

La perfezione è da sempre stata ammirata e, come conseguenza quasi naturale, tutto ciò che generava imperfezioni andava eliminato, ridimensionato se non, in casi estremi, addirittura eliminato.

Nello sport il primo posto è per molti ritenuto l’unico risultato possibile per chi gareggia. Il secondo posto è quello dedicato allo sconfitto, colui che ha perso la finale, chi è arrivato all’ultimo step del suo percorso ma non l’ha terminato in modo glorioso e meritevole di ricordo.

A livello fisico, il desiderio di miglioramento estetico ha portato tante persone a ricorrere alla chirurgia come eliminazione delle imperfezioni e come ricerca di una vittoria contro il passare del tempo. L’idea di fondo, di questa diffusa pratica e moda, risiede nell’incapacità di accettarsi per quello che siamo e nel desiderio narcisistico di mostrare agli altri la nostra parte migliore, o di nascondere ogni forma di possibile critica o pettegolezzo da parte degli altri.

Anche nell’ambito lavorativo si è da sempre puntato alla massima efficienza ed efficacia. Il mancato raggiungimento degli obiettivi prefissati è una macchia indelebile nella propria carriera lavorativa, con possibili ripercussioni sull’avanzamento di carriera.

Oggi sembra che il vento sia cambiato e che l’imperfezione possa essere un nuovo paradigma per la società futura e per le nuove generazioni.

Vi è un estremo bisogno di umanità, di riconoscere l’autorità come un soggetto capace di ammettere i propri limiti e di chiedere aiuto agli altri. L’idea dell’uomo solo al comando si scontra contro la necessità di condividere e di fare squadra. In un mondo dinamico, innovativo e mutevole, non vi potrà più essere un unico portatore di verità e di conoscenza.

Chi orgogliosamente vorrà difendere la propria posizione nell’utopia di non concedere spazio ad altri, si ritroverà sconfitto in partenza.

Come fare allora?

Essere se stessi, mostrare le proprie fragilità e debolezze come possibili punti di forza e opportunità di miglioramento. Imparare ad essere aperti, disposti ad un onesto e migliorativo confronto con chi ci può aiutare ad affrontare le sfide che un futuro incerto ci propone.

Diventerà fondamentale scegliere validi collaboratori, appoggiarsi ad essi e fidarsi di chi ti offre validi e preziosi consigli ed onesti pareri professionali e non solo. Imparare a condividere la gioia delle vittorie e la sofferenza delle sconfitte. Non smettere mai di mettersi in discussione e cercare in ogni ambito dei maestri che ci possano guidare verso ogni necessario cambiamento.

Riconoscere le nostre imperfezioni dev’essere quella spinta a non accontentarsi, a non sedersi, e a cercare un motivo per dare sempre valore al tempo e alla fase della vita in cui ci ritroviamo.

In fondo siamo tutti imperfetti e proprio in esse ci riconosciamo come esseri speciali e unici.

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