Vi immaginate cosa accadrebbe se tutte le imprese del pianeta seguissero l’esempio che attualmente le società calcistiche propongono come rimedio alle ingenti perdite realizzate nella fase pandemica?
La risposta sarebbe semplice: chiuderebbero tutte.
Il tema che voglio affrontare oggi è il valore sbagliato che le società calcistiche attribuiscono ad un ricavo d’esercizio denominato plusvalenza.
Che cos’è una plusvalenza? Partiamo da una semplice ma esaustiva definizione.
La plusvalenza è una differenza positiva tra il prezzo di acquisto e quello di cessione derivante da un’operazione di compravendita di un bene durevole. Nel settore calcistico l’oggetto della compravendita è il cartellino di un atleta.
Nella disciplina aziendale si insegna che questo ricavo appartiene all’area accessoria o straordinaria di gestione. Queste aree non dovrebbero mai risultare come fondamentali per l’ottenimento di risultati economici positivi.
Quale area di gestione dovrebbe incidere sul reddito d’esercizio di un’impresa?
La risposta è l’area caratteristica, ovvero quella legata all’attività principale per la quale abbiamo scelto di essere imprenditori.
Si insegna infatti che il primo risultato determinante per l’ottenimento dell’utile globale è il reddito operativo che consiste proprio nella differenza tra i ricavi e i costi della sola area caratteristica.
In pratica ottengo un utile solo se sono bravo in quello che faccio e, solo in aggiunta, posso realizzare utili addizionali che dovrebbero essere sempre occasionali e limitati.
Cosa sta invece succedendo nei bilanci delle società calcistiche?
I ricavi sui quali tali società stanno puntando sono le plusvalenze ovvero la vendita dei cartellini di atleti che, grazie alle loro ottime performance sportive, diventano oggetto di guadagni con il solo obiettivo di contenere gli ingenti costi e coprire paurose e incoscienti perdite pregresse.
Questo meccanismo, oltre ad essere scorretto e sbagliato ai fini contabili e aziendali, è aberrante ai fini sportivi in quanto riduce la competitività della squadra e, in un’ottica di crescita in termini di potenziali fatturati, ne riduce la probabilità.
Risultato ottenuto in questi anni dai grandi club nazionali ed europei: indebitamenti e perdite che mostrano una scellerata e non pianificata gestione aziendale.
Come può una società sportiva cambiare rotta e invertire questo trend negativo?
Occorre partire da un semplice obiettivo aziendale: incrementare i ricavi caratteristici, nello specifico i ricavi di vendita. Tale aumento deve essere analizzato e sviluppato attraverso strategie che portino ad un loro aumento non solo in termini quantitativi ma, anche e soprattutto, in quelli qualitativi.
Le entrate di queste società non possono essere sempre e solo sostenute da sponsorizzazioni e da plusvalenze perché esse mancano di quella parte fondamentale per ogni tipologia di impresa che è denominata autofinanziamento che si ottiene solo attraverso una gestione annuale corretta, sana ed equilibrata.
L’autofinanziamento passa attraverso un sistema di controllo dei costi e, nello specifico caso delle società sportive, in un’attenta disamina sulla struttura dei costi del lavoro, ovvero nel costo di acquisto dei cartellini e negli ingaggi proposti agli atleti. Risulta vitale limitare il costo del lavoro ad un tetto percentuale che sia proporzionale ai veri fatturati ( consiglio di escludere le plusvalenze ) in modo da avere un margine nella determinazione del reddito operativo.
Senza questi accorgimenti le plusvalenze continueranno ad essere semplici palliativi e le società continueranno ad essere sottoposte a risultati economici negativi con inevitabili conseguenze nella costruzione della squadra e una costante riduzione di competitività sportiva e di correlata immagine nazionale ed internazionale. I risultati sportivi incideranno poi sui fatturati generando un circolo vizioso con aspettative future catastrofiche.
Concludo suggerendo di iniziare a pensare ad un futuro senza cartellini in modo da dare fine al gioco delle plusvalenze che inficiano sulla veridicità dei bilanci e non permettono ai finanziatori di avere un quadro corretto sulla reale salute finanziaria ed economica di queste imprese speciali. Ogni società dovrebbe comprare e pagare il mero servizio di lavoro e non l’ipotetico e soggettivo valore del singolo sportivo. Su questo tema l’Nba insegna visto che ogni squadra paga il solo contratto di prestazione lavorativa e quando un atleta viene scambiato si scambia il contratto di lavoro e non il valore potenziale di esso.
O lo sport torna ad essere sport o, se vuole essere business, deve imparare ad utilizzare strumenti e logiche aziendali abbinandole e integrandole a quelle sportive.

