Ci sono malattie che non potremmo mai comprendere fino a quando non entrano nella nostra vita, in modo diretto oppure attraverso persone a noi care.
Quando penso alla sua infanzia immagino la sofferenza di una bambina che seduta sui piedi di un letto d’ospedale vede la madre piano piano spegnersi.
Forse non avrebbe mai dovuto essere lì, era troppo piccola per assistere ad una tragedia attesa, doveva essere aiutata, supportata e guidata verso una difficile e complessa accettazione.
Il padre lavorava presso il porto, un lavoro difficile e duro. Una vita complessa che trovava conforto solo affogando i pensieri nell’alcool.
Una famiglia sgretolata dall’assenza paterna e dalla fragilità materna. Un luogo freddo e cupo dove far crescere tre bambine.
Un’adolescenza segnata da lutti e tragedie che la portarono a trasferirsi da parenti lontani e con l’obbligo di lavorare per meritare la nuova dimora.
Un matrimonio avventato e rapido per trovare la sognata indipendenza e dove poter progettare una nuova famiglia. La ricerca di quel sereno clima familiare che in passato è venuto troppo presto a mancare.
Gli anni passano e la crescita dei figli diventa l’unico scopo che la vita gli ha assegnato.
Poi inevitabilmente i figli crescono, escono da casa e lei si ritrova sola, senza quelle sfide necessarie a sentirsi importante e utile.
Le perdite all’interno del nuovo nucleo familiare, surrogato di quello perso in giovinezza, riportano alla luce le ferite del passato, quella profonda mancanza di chi ha da sempre impressa nella memoria l’idea di morte, di quella fine a cui tutti noi siamo destinati ad arrivare.
La depressione vive in una parte di lei, ci sono giorni in cui un dolore alla testa, un formicolio al braccio, l’intestino pesante, un macigno sulla bocca dello stomaco fanno riemergere la paura della fine, pensieri neri e macabri che riempiono le ore e rendono le giornate infinite.
Quegli occhi tristi e malinconici, le occhiaie che mostrano le tante e lunghe nottate insonni, quei faticosi risvegli dove una mano inizia a tremare al solo pensiero di non avere più uno scopo per cui valga la pena alzarsi. Quella routine che per molti anni è stata un’ancora di salvezza è che oggi all’improvviso mostra un tracollo verso un orizzonte privo di traguardi.
Quale motivazione ci spinge a continuare la vita, chissà quando arriverà il momento in cui la salute verrà a mancare, come poter affrontare le difficoltà che un giorno arriveranno a bussare alla porta.
Si perde il gusto dell’oggi, i sapori e i colori di una bella giornata estiva, il desiderio di migliorare, crescere, i traguardi che si possono ancora raggiungere, le soddisfazioni che il percorso vissuto e goduto possono ancora regalare.
La depressione è un rivangare il passato, il temere le insidie del domani, il non riuscire a vivere l’attimo.
Il tempo scorre, i pensieri grigi si addensano e all’improvviso l’essenza dell’oggi non è più percepita, gustata, vissuta.
Quando non riusciamo a goderci il tragitto, quando il nostro equilibrio interiore vacilla, quando le preoccupazioni prendono il posto alle emozioni, la depressione vince e diventa talmente reale da renderci morti ancor prima di percepire la vita.

