Spesso, nei film americani, il docente scrive il proprio nome alla lavagna e illustra cosa spiegherà durante la sua lezione.
Bell’inizio, ma non esaustivo.
Io non dico proprio nulla alla classe.
Mi siedo sulla cattedra in modo molto informale e lascio che siano loro a farmi domande.
Voglio capire il loro grado di curiosità, rompere da subito quel muro che per secoli ha visto classe Vs docente che riproduce nel microcosmo scolastico la perenne lotta tra il bene e il male, la guerra tra il poliziotto e il ladro.
Premetto che risponderò a qualsiasi domanda mi venga posta con la massima sincerità possibile, nel limite dei ruoli assegnati.
Non è così scontato che la prima domanda sia come mi chiamo e scordatevi che vi chiedano qualcosa sulla disciplina insegnata, sulle metodologie didattiche che useremo in aula, come saranno le verifiche o se sarò duro nelle valutazioni.
Se siete fortunati vi sarà sempre il simpatico, l’empatico o il curioso che, senza peli sulla lingua, alzerà velocemente la mano andando dritto dentro la vostra sfera personale.
Vi mette a disagio parlare di voi, non siete disposti a togliere l’armatura?
Un vostro problema; io adoro parlare di me, raccontare le mie passioni, il mio essere single, lo spirito libero che anima la mia esistenza. Le mie difficoltà scolastiche e come una bocciatura mi sia servita a crescere e a trovare la consapevolezza di ciò che facevo tra i banchi di scuola alla loro età.
Non ho paura di raccontare il significato dei miei tatuaggi, il mio non amore verso il calcio o la paura che mi porto dietro quando si parla di famiglia e di figli.
Voglio che sappiano da subito che, dietro la mia figura istituzionale, vi è un uomo, con i propri pregi e difetti.
Non sarò mai perfetto, ma attraverso loro posso credere per un attimo di esserlo …

