La necessità di un nuovo Patto sociale

La necessità di un nuovo Patto sociale

Molte categorie di lavoratori invocano a gran voce un sostegno concreto e veloce.

La macchina della burocrazia italiana rallenta le procedure di erogazione di quei pochi soldi che lo Stato in questo periodo dispone.

L’Unione Europea mette in piedi nuovi strumenti di sostegno delle diverse economie degli Stati membri che purtroppo sono ancora in programmazione..

Un parte del popolo chiede un impegno concreto da parte della politica come il taglio degli stipendi e intanto inizia la solita discussione tra reddito fisso e variabile, tra posto pubblico e privato.

Queste discussioni hanno messo da parte (per ora ma non credo per molto) il tanto discusso meccanismo del M.E.S., un fondo europeo a cui il nostro Paese potrebbe attingere per 14 miliardi di euro con o senza condizionalità (non è tenuto a noi comuni mortali saperlo !?).

L’opposizione parla della possibilità di emettere titoli di Stato con scadenze infinite e con dei rendimenti leggermente migliori di quelli presenti oggi sul mercato.

Dopo aver letto e ascoltato diverse proposte, mi ero promesso di prendere carta, penna e calcolatrice e mettermi a fare due conti perché volevo capire che cosa il popolo italiano avrebbe potuto fare di concreto per aiutare il settore imprenditoriale nazionale.

Tutti parlano di sostenere le piccole e medie imprese e ho cercato di trovare una soluzione concreta e facilmente realizzabile in tempi rapidi.

Premetto che questo mio personale calcolo spannometrico ha l’obiettivo di far capire a tutti come la nostra economia sia interconnessa tra tutte le parti sociale e che non vi possa essere settore pubblico senza il privato e viceversa.

La società moderna ha bisogno sia di beni e servizi pubblici sia di quelli privati e non può esistere investimento senza finanziamento. Il circolo finanziario coinvolge proprio tutti e la mancanza di uno solo di questi tasselli mette fortemente in crisi tutti gli altri.

Attraverso ricerche sulla rete ho raccolto una serie di dati che mi hanno permesso di generare dei calcoli che spero possano essere attendibili e quantomeno utili al mio piccolo progetto.

Ho scoperto che oggi in Italia vi sono circa 3,5 milioni di dipendenti pubblici tra cui circa 250.000 dirigenti. In media un dipendente pubblico percepisce uno stipendio medio mensile di 1.800 euro mentre un dirigente arriva attorno ai 4.000 euro.

Tutti noi sappiamo che il settore pubblico è finanziato da quello privato e quindi senza il suo gettito fiscale l’intero sistema non potrebbe reggere nel futuro. Un dipendente privato può subire una decurtazione dello stipendio a causa della Cassa Integrazione Guadagni mentre a quello pubblico lo stipendio è garantito e pagato regolarmente ogni mese.

Questa situazione può, in caso di recessione economica, generare tensioni sociali tra chi si sente protetto e garantito e chi perde le proprie certezze o si sente meno tutelato (per correttezza è giusto affermare che, in caso di crescita economica, la situazione si capovolge portando il settore pubblico a non avere grandi possibilità di crescita o di beneficiare del miglioramento economico globale mentre quello privato può espandersi e generare ricchezza aggiuntiva).

In questa situazione di pandemia come avremmo potuto aiutare il mondo dell’imprenditoria italiana e sostenere il debole e sofferente settore privato?

Il settore pubblico, viste le garanzie retributive dette in precedenza, la contrazione forzata dei consumi e l’inevitabile incremento del risparmio, potrebbe cedere una parte di questo nuovo accumulo di risparmio verso il settore privato.

In pratica, se chiedessimo a tutto il settore pubblico di rinunciare per 6 mesi al 5% del proprio stipendio per i dipendenti e del 10% per i dirigenti, questo porterebbe un prelievo di 100 euro per i dipendenti e 400 euro per i dirigenti. Nell’arco di 6 mesi lo Stato avrebbe incassato in modo agile e semplice 2,5 miliardi di euro.

Se utilizzassimo lo stesso metodo anche nel settore privato, escludendo tutti i lavoratori che hanno già visto ridursi la retribuzione (sono circa 8 milioni su 16), saremo in grado di raccogliere altri 3,5 miliardi attraverso una riduzione in busta paga di 70 euro mensili per gli operai, 80 euro per gli impiegati, 120 euro ai quadri e 200 euro per dirigenti.

Per quanto riguarda il popolo dei pensionati, escludendo tutti quelli che percepiscono una pensione sotto i 1.000 euro, siamo davanti ad una platea di circa 10.000000 di nuclei familiari che, se contribuissero con 50 euro al mese, sarebbero in grado di sostenere il sistema economico con altri 3 miliardi.

Per ultimi ma non ultimi, tutti coloro che lavorano nella macchina delle istituzioni e della politica nazionale. Vi sembrerà un paradosso ma anche se colpissimo i loro stipendi al 50% faremo fatica ad arrivare ad 1 miliardo.

Non ci credete? Ho fatto fatica anch’io a crederci ma le istituzioni italiane non sono poi composte da un numero così elevato di personale quindi anche spremendole non riusciremo a portarci a casa molti soldi.

Riassumendo, avremmo potuto ottenere tra i 10 e gli 11 miliardi di euro attraverso la raccolta e creazione di un fondo speciale che nasca da una condivisione di tutte le parti sociali oggi presenti nel nostro territorio

Che dite? Non male direi visto che il terrificante M.E.S. è capace di darne 14 con obbligo di restituzione e forse condizioni di limitata sovranità nazionale.

Un fondo di sostegno alla rete imprenditoriale che sarebbe potuto essere istituito con l’obiettivo della semplice copertura dei costi mensili che oggi gli imprenditori devono pagare e per i quali rivendicano un aiuto concreto e veloce.

Cosa pensate se a questo fondo ci fosse stata una solidarietà concreta da parte dei soggetti titolari dei servizi, immobili e tributi, con una decurtazione dei costi attraverso uno sconto solidale COVID-19?

Qualcuno mi dirà: bella iniziativa ma poi tutti coloro che hanno sostenuto questo sforzo che cosa potranno avere in cambio?

La stesura di un nuovo e vero patto sociale dove scrivere nero su bianco un nuovo accordo tra Stato e cittadini. Un foglio dove riscrivere le regole di funzionamento del settore pubblico per la creazione di un sistema finalmente equo e che introduca meccanismi di redistribuzione della ricchezza.

Per esempio la fissazione di standard retributivi all’interno di range che non creino quelle forti disuguaglianze all’interno di uno stesso settore. Un dirigente pubblico non può prendere 3.500 euro quando ve ne sono altri che se ne intascano 15.000 quando entrambi lavorano per lo stesso proprietario, lo Stato.

Non dico che non sia corretto differenziare posizioni, mansioni e responsabilità ma all’interno di una forbice che non possa rendere maggiormente attrattivo o allettante politicamente l’inserimento di persone non qualificate solo per motivi puramente economici.

Un secondo punto interessante di questo patto potrebbe essere il dovere da parte del settore pubblico di ridurre tutti i costi legati a privilegi e sprechi. Un impegno concreto per sostenere solo ed esclusivamente quei costi che risultano essere necessari e che siano in funzione dei cittadini e non di scopi o interessi personali (per esempio un parlamentare può avere come “benefit istituzionale” l’utilizzo dei mezzi pubblici ma, se decide di muoversi in modo diverso e maggiormente agiato, si deve pagare di tasca sua la spesa sostenuta).

Un altro punto importante è quello di ridistribuire le pensioni in modo tale che tutte le famiglie non debbano vivere al di sotto dei 1.000 euro. Stabilire un tetto massimo e spostare verso il basso tutte le quote eccedenti con una tassazione ridotta in modo da aumentare per tutti la retribuzione netta.

In sintesi avremmo potuto pretendere come cittadini un impegno a termine e fissare delle scadenze entro le quali ottenere le risposte chieste. Un mandato a tempo con la possibilità concreta di capire se le persone che ci rappresentano sono in grado o meno di rispettarle.

Creare un nuovo sistema politico basato sul fare, su risultati concreti e tangibili in modo da lasciare il tempo delle chiacchiere e delle promesse al passato.

Il nostro Paese ha estremo bisogno di sognatori, di persone che abbiano una visione chiara e concreta del futuro. Leader capaci di mettere sul tavolo piani d’azione, riforme profonde e innovative in tutti i settori, un’ondata di ottimismo e speranza necessari per una crescita economica, morale e sociale che manca oramai da troppo tempo.

Viviamo un periodo di grandi scommesse e dovremmo essere bravi a scegliere chi ci potrà guidare verso una nuova e avvincente storia.

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