Vi siete mai chiesti chi è stato a decidere che proprio quell’uomo debba essere, per sempre vostro padre?
Una persona così importante e non veniamo nemmeno interpellati, un parere o suggerimento no?
Veniamo al mondo ed ecco che in un attimo ci ritroviamo tra le sue braccia, lo fissiamo nella speranza che ci sia andata bene. Cresciamo con la sua immagine, con i suoi esempi e, a volte, idealizzandolo. Viviamo nella convinzione che ci possa essere d’aiuto o quantomeno sia presente in un tutti quei momenti in cui avremmo bisogno di un suggerimento, di un supporto, di un abbraccio o di un dolce rimprovero.
Matteo è seduto sul divano di un piccolo appartamento spoglio, la sua famiglia non c’è più. Ora convive con se stesso e con il silenzio di un abbandono collettivo. Fuori il cielo è d’un azzurro intenso, tipico dei primi giorni di un maggio ancora tiepido. I raggi del sole accendono il verde delle foglie e la giornata non ammette tristezza.
Questo nuovo scenario ha una storia il cui viaggio iniziò tanti anni fa, precisamente quando decise di comprare un abbonamento direzione mare. Mancavano pochi mesi al termine del suo ultimo anno di scuola ma preferì il giallo della sabbia al marrone scuro di un’aula. Con il termine delle lezioni arrivò la fine anticipata del suo percorso scolastico e di conseguenza il suo futuro cambiò drasticamente, senza possibilità di un ritorno.
Non fu facile trovare lavoro ma, grazie a suo padre, Matteo riuscì a farsi strada in una piccola azienda locale. L’intervento di quell’uomo, non scelto e non gradito, non fu solo fondamentale per inserirlo nel mondo del lavoro ma, soprattutto, per non farglielo perdere. All’epoca Matteo non passava mai del tempo a casa, era sempre stato un leader ed un ribelle e per questo, preferiva passare tutto il suo tempo libero in giro con un gruppo di teppistelli di paese.
Una mattina decise di fare sega al lavoro, forse in ricordo dei tempi passati tra i banchi di scuola, e di organizzare una gita con i suoi amici. Il giorno dopo il suo titolare lo mandò a casa e solo grazie all’intervento di suo padre potè riottenere il posto.
Quell’episodio fu il giorno in cui decise di divenire un uomo. Decise di diventare grande e responsabile, mise la testa a posto, comprò casa e iniziò una nuova avventura da single. Con il passare degli anni il lavoro iniziò a dargli parecchie soddisfazioni e finalmente sentì di aver trovato il suo posto nel mondo fino a quando non si rese conto che, oltre a alla casa, voleva costruire una famiglia. In amore era sempre stato una frana, un carattere oscuro e ombroso, non facile da gestire.
Con tutte le sue ex si vedeva costretto a mostrare sempre un unico lato, quello accondiscente, insomma un vero e proprio “ragazzo zerbino”. Era capace di mettere da parte il suo egocentrismo e la sua personalità per sentirsi accettato e amato. Si annullava completamente, impotente davanti al gentil sesso, non era in grado di essere se stesso per paura di non essere totalmente accettato. Quel lato introverso e quell’ombra nera che lo accompagnava come un fido compagno erano l’eredità genetica di suo padre, di suo nonno e del suo bisnonno. Un tesoro antico che le generazioni maschili della sua famiglia si tramandavano da non so quante vite passate.
Un eterno conflitto tra i sessi nel quale il maschio si posizionava in un angolo della stanza, attorcigliato nel dolore dell’incomprensione mentre la femmina, inginocchiata a terra nel lato opposto della stanza, con la testa china in preda alle lacrime, spogliata di qualsiasi strumento curativo. Ad un certo punto Matteo alzò gli occhi e iniziò a fissare la vetrata in salotto. Si interrogava sul perché non fosse fatto per una relazione stabile, sulla incapacità di provare emozioni, si sentiva come quel giocattolo difettoso che un bambino ad un certo punto dimentica dentro uno scatolone in soffitta. Il fatto è che non si conosceva, non era in grado di andare in fondo alla sua anima, non aveva il coraggio di tirare fuori tutte quelle verità che la sua facciata arrogante e presuntuosa nascondeva. Dover affrontare i propri demoni, mettersi in gioco, trovare un suo equilibrio. Era una battaglia dura da affrontare ora che tutti i suoi affetti non potevano essere più un valido supporto.
Si rese conto, per la prima volta, di essere solo con se stesso e con gli spettri del suo passato.
Vi erano stati molteplici fattori che lo avevano portato seduto su quel divano: la cassa integrazione, i debiti, un rapporto di coppia logoro, l’impegno verso i figli e l’abbandono graduale di tutte quelle vecchie amicizie che con il tempo si erano rivelate figlie di un’adolescenza finita. Aveva perso ogni punto fermo, il castello di sabbia era crollato ed erano rimasti solo impegni e responsabilità. Matteo si era reso conto che tutto quello che aveva fatto non era stato altro che una rivincita nei confronti di suo padre. La sua assenza da piccolo, gli scontri adolescenziali e la mancanza di fiducia e di rispetto, lo avevano convinto a voler essere una copia migliore di quell’uomo assente e poco stimato.
A cuor suo sapeva di assomigliargli, le stesse difficoltà e gli stessi disagi.
Mentre suo padre decise di sacrificare la sua vita in nome di una famiglia, lui aveva avuto la possibilità di scegliere. Scaricare la colpa su di lui sembrava la strada più facile per placare il dolore che gli saliva forte dal petto. In un attimo il respiro gli venne a mancare e si ritrovò a terra con gli occhi aperti mentre dagli occhi scendevano tutte quelle lacrime che aveva trattenuto per anni. Un fiume di errori, di sfide, di false convinzioni e davanti agli occhi immagini sfuocate del suo matrimonio, della nascita del primogenito, la cena per il primo anniversario e di quel funerale nel quale non era stato in grado di versare nemmeno una goccia di tristezza e di rammarico. Concluso il film si rimise in piedi e prese una birra dal frigo.
Si sedette in mezzo alla stanza e capì che la partita con suo padre era finita.
In quella continua sfida nessuno avrebbe mai potuto vincere perché purtroppo il suo avversario non esisteva, lottava semplicemente con se stesso. Suo padre si era impegnato, a suo modo, ad esserlo, non era perfetto ma nei momenti importanti ci era sempre stato. Non sarebbe mai stato un modello di vita ma ci aveva provato perché infondo, che lo vogliate o meno capire, resta un uomo. Fare pace con lui e con la sua persona fu quel tassello che mise a posto tutti gli altri. Spostare le responsabilità da fuori a dentro aiutò Matteo a raggiungere quella consapevolezza necessaria a rialzarsi e a provare a vivere una nuova storia dove finalmente si sentiva se stesso. Riuscì a mettere via tutte le maschere e a farsi vedere e accettare per quello che era.
Non possiamo amare il prossimo se non siamo in grado di amare noi stessi, non possiamo affrontare il futuro se non siamo in grado di lasciar andare il passato. Ci vuole tempo e pazienza per iniziare a progettare un nuovo futuro, ci vuole coraggio per accettarsi, ci vuole forza per perdonare ma soprattutto ci vuole tanto amore per abbracciare quell’uomo chiamato padre.

