Fiori e prosecco

Maturità finita e ora vi posso raccontare questa lunga avventura dal punto di vista di un Prof.

Partiamo con le prove scritte e con la vigilanza di sei ore durante lo svolgimento della mia prova. Credo di essermi seduto per 10 minuti perché i dubbi che hanno assalito i ragazzi nello sviluppo della prova mi hanno fatto consumare le suole delle scarpe. Tornato a casa ho dovuto strizzare i calzini dal sudore accumulato e una doccia calda per riprendermi dalla fatica.

Finiti gli scritti ho passato un giorno e mezzo rinchiuso in una stanza a correggere una quarantina di prove composte da numerosi fogli protocollo suddivisi tra brutta e bella copia. 

Devi capire e interpretare i loro passaggi logici, tradurre le loro ipotesi in numeri e trasformare il tutto in una griglia qualitativa che ti porta a commutare numeri in indicatori molto generici e non sempre corrispondenti a quanto visto. 

Devi essere veloce e allo stesso tempo preciso perché occorre pubblicare i voti entro sera per poter poi iniziare la settimana dopo i colloqui orali. 

Mentre i docenti dell’area umanistica potevano aiutarsi tra loro e condividere il contenuto dei temi, io mi sono ritrovato solo con un collega di diritto mezzo ceco e una collega di matematica che mi osservava come un terrestre guarda un marziano sbarcare da una navicella spaziale in un campo di grano di un disperso paesello nel centro America

Ho passato il week end a riprendere fiato e poi sono iniziati i colloqui orali, programmati a blocchi di cinque perché pensare di scrutinare meno candidati in qualche giorno in più non è contemplato dal buon senso che ogni commissione ha. 

Quindi, sveglia all’alba, e termine dei colloqui e scrutini giornalieri verso le due di pomeriggio. 

Il primo candidato del giorno lo osservi come se fossi ancora dentro il tuo letto con un occhio mezzo chiuso e la bocca impastata, il terzo lo osservi sognando la ricreazione e un meritato caffè e, infine, l’ultimo sognando un bel piatto di pasta o un trancio di pizza e una bibita ghiacciata e dissetante. 

Ad ogni colloquio cerchi di seguire il filo logico del candidato e speri di aver interpretato bene il pensiero divergente dei tuoi colleghi. Vicino a te hai due colleghi esterni di altre scuole che non conosci e tre colleghi interni che fanno inevitabilmente squadra a favore dei loro studenti, nella sperata ricerca di spingere i punteggi verso l’alto. Se poi da esterno, come nel mio specifico caso, hai valutato la seconda prova scritta con esiti negativi, allora si aspettano che tu decida di sposare la loro strategia a prescindere, giocano sul tuo innato senso di colpa e, confidano nella tua immensa umanità per “compensare” una brutta performance scritta con un orale brillante o quasi. 

In questo gioco di equilibrio partecipa alla kermesse il presidente, una specie di arbitro che cerca di placare gli animi accesi e i conflitti tra chi cerca di far rispettare gli indicatori della griglia nazionale e chi ricerca, come uno scalatore davanti ad una mastodontica montagna, un punteggio che permetta loro di ottenere un minimo di gratificazione personale per il lavoro svolto in aula. 

L’arbitro osserva, quasi sorridente, i diversi punti di vista e, ogni tanto, interviene con un cartellino giallo, ammonendo atteggiamenti o parole poco consone al nostro ruolo e, dopo toni e parole accese, finge di estrarre il cartellino rosso che ha l’effetto di intimorire il giocatore esagerato, riportandolo subito all’ordine.

Fin dal primo giorno di colloqui orali il coordinatore di classe inizia orazioni al miele sul percorso scolastico dei singoli candidati (durante l’Esame di Stato non tutti sanno che gli studenti si trasformano ed escono dalla loro aula per trasformarsi in candidati alla ricerca di un posto al sole grazie alle loro camicie stirate bianche, pantaloni neri o blu scuro e rigorose sneaker da strada usate bianche e, in alcuni casi imbarazzanti, ma sempre di moda, calzini rigorosamente in spugna bianchi), le loro difficoltà, situazioni personali e familiari complesse e il loro travagliato cammino fatto di cambi docenti, pandemia e varie ed eventuali. 

Per farvela corta diventano tutti soggetti con disturbi vari di apprendimento. Adolescenti che necessitano di bisogni educativi speciali, pur non essendo nessuno di loro certificato e troppo spesso non fermati prima e nemmeno riorientati verso altri indirizzi, forse maggiormente consoni alle loro capacità e abilità. 

Tanto poi alla fine diverranno tutti ragionieri come lo sono io, pur non conoscendo poi la differenza tra tra aspetto finanziario ed economico della gestione aziendale.

Durante il colloquio spesso i toni si accendono tra chi lascia parlare a ruota libera il candidato e chi invece interviene spesso cercando di approfondire le tematiche affrontate per cercare di scavare nella conoscenza dello studente. Si passa dal va bene un po’ tutto, basti che parli, alle più aspre critiche riassunte dalla solita frase di rito: “È un colloquio e non una interrogazione!”.

Ognuno di noi porta il suo stile, la sua modalità di interagire con i ragazzi e quindi, trovare una modalità omogenea e condivisa, diviene una sfida eroica, quasi titanica. 

Quando il candidato esce e si chiude la porta, si passa dai Caraibi al gelo del Polo Nord. Ognuno di noi ricerca lo sguardo dell’altro e nessuno vuole proporre un punteggio di partenza per paura di essere contraddetto o fulminato.

Parto con una timida proposta ed ecco che da infondo alla stanza senti: “Troppo basso questo punteggio, il ragazzo ha parlato del suo argomento quindi ha dimostrato di sapere”. 

Qualcuno degli interni si aspettava dal candidato un pianto liberatorio post ansia, un blocco emotivo e una lunga pausa tipica di chi ha imparato a memoria un discorso e, tutto ad un tratto, non si ricorda quella parola magica che rende tutto il discorso fluido e sensato.  

Portare i discorsi verso altre direzioni risulta complesso perché quasi sembra che tu lo voglia ingabbiare e mettere in serie difficoltà. 

Oggi accettiamo quasi l’argomento a piacere, quello che ha memorizzato nei giorni precedenti e, anche se non è proprio attinente allo spunto iniziale fornito nella smart tv, va bene lo stesso. 

Sono ragazzi giovani di belle speranze, non sempre maturi e pronti a quello che la vita gli metterà davanti quindi, essendo ancora all’interno della scuola, difendiamoli, abbracciamoli, sosteniamoli anche quando una disciplina gli è quasi sconosciuta, se confondono gli organi costituzionali come il Governo e il Parlamento, se nelle lingue sanno dire due frasi a memoria e, se si dimenticano un vocabolo, si fermano alla ricerca di quel sinonimo che non hanno mai cercato in quel nuovo vocabolario che prende polvere dalla prima superiore sopra il tavolo della cucina o sotto i panni in camera da letto. 

Dopo esserci scontrati per giorni, aver alzato i toni e, a volte, aver usato parole e modi “aggressivi”, arriva l’ultimo candidato. Tutti noi lo ascoltiamo poco, gli occhi si chiudono dalla stanchezza e nessuno trova il coraggio di intervenire o chiedere qualcosa in più. Un sorriso, uno sbadiglio e la porta si chiude. Quell’ultimo punteggio lo diamo ad unanimità per chiudere questo capitolo, sapendo che poi si dovrà chiudere il pacco con scotch, spago da pacchi e la famosa e temuta cera lacca. 

Nessuno vuole chiudere il pacco perché la nostra esperienza da commessi o da aiutanti di Babbo Natale sono pari a zero, figurati prendere l’accendino e far cadere la cera rossa sulla carta per chiudere il fiocco dello spago assumendosi la responsabilità di apporre male il timbro di ferro dell’istituto oppure rischiando di far prendere fuoco al pacco e al suo prezioso contenuto.   

Si arriva velocemente al bar e tra una birretta, un bianco fermo e uno spritz si ride, si parla delle nostre vite al di fuori della scuola e di cosa si farà nel periodo estivo. 

Qualcuno che poco prima aveva urlato forte al collega il proprio punto di vista si spiega, si scusa, ci si abbraccia, una pacca sulla spalla e tutto finisce lì. 

Come un collega mi ha suggerito quel breve pranzo diventa il terzo tempo tipico del rugby. Ce ne siamo date di santa ragione fino a dieci minuti prima e poi tutti amici, sportivi, educati perché non possiamo mai dimenticarci che siamo prima di tutto insegnanti, educatori e professionisti. 

Finisce dopo tre lunghe settimane anche questa sessione di esami e, come ogni complessa esperienza, ci si interroga sulla sua validità, su quello che abbiamo imparato da essa e, dopo un paio di giorni, tutto sarà dimenticato e a settembre torneremo in aula dai nostri studenti e torneremo ad essere le solite isole felici, o quasi.

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