Vi era il tempo delle società sportive dove le nostre squadre di calcio erano di proprietà di famiglie benestanti italiane che investivano i propri soldi nella costruzione di una squadra competitiva e spalleggiata dai tifosi che affollavano le curve degli stadi urbani.
Vi era un tempo dove solo alcune squadre si potevano permette di acquistare un paio di giocatori stranieri che si dovevano integrare in un nucleo composto prevalentemente da giocatori nostrani che rappresentavano poi il telaio della nostra nazionale.
Vi era un tempo in cui il calcio rappresentava i valori profondi e radicati del nostro amato e controverso Paese. Lo sport della gente, capace di rappresentare la nostra quotidianità dove l’aspetto sportivo dominava su quello economico. La domenica mattina vi era la messa e dopo pranzo una radiolina che si collegava sui diversi campi di gioco quando un goal rompeva la monotonia di un giorno di riposo.
Vi è oggi il tempo delle società per azioni sportive, di quelle quotate in borsa dove il valore delle azioni oscilla su e giù tra risultati, acquisti, cessioni, indiscrezioni, scandali, esoneri e sogni scudetto o coppe europee ed internazionali.
Vi è il tempo delle multinazionali sportive che provano a sostituire un gioco europeo in un prodotto commerciale da esportare in tutto il mondo. Investitori arabi, russi, cinesi e americani che vedono oltre il risultato del campo opportunità di profitti e dividendi nella ricerca di nuovi consumatori e futuri clienti da fidelizzare.
Vi è il tempo della libera iniziativa economica dove ogni società commerciale, quelle sportive non escluse, è spinta alla ricerca di nuovi contratti vantaggiosi per la sola proprietà e dove un bilancio in passivo richiede nuovi finanziatori per poter continuare ad investire.
E’ arrivato il tempo della SuperLega, un manifesto che mostra chiaramente come due mondi siano arrivati allo scontro: i valori sportivi delle vecchie e antiquate società sportive, portatrici di valori insiti nel concetto di sport e quelle che si sono evolute in nuove e moderne società commerciali, multinazionali che trasformano i tifosi in meri clienti a cui proporre un prodotto televisivo avvincente capace di soddisfare nuovi e divergenti bisogni legati alle nuove generazioni, nate con il mito dei videogiochi e della televisione a pagamento.
Due anime che vivono all’interno dello stesso corpo e che oggi lottano per la loro egemonia. Domani chi vincerà? Vi è una concreta possibilità che possano trovare un equilibrio oppure una delle due sarà capace di reprime l’altra?
Sport e business, etica e denaro, privato e pubblico, tifosi e clienti.

